Siamo di fronte ad una politica che si rende corresponsabile della persistenza di un costrutto culturale che legittima una sessualità maschile di tipo predatorio” dichiara Cristina Carelli, presidente D.i.Re – Donne in Rete contro la violenza. “Si dà per scontata la disponibilità sessuale delle donne, a meno che lo stupratore non capisca chiaramente un no. Sappiamo bene che il consenso non sempre è mancanza del no: o la modifica dell’articolo 609bis del Codice penale va nella direzione del consenso, oppure non ci deve essere” continua Carelli. “Solo così potremo proseguire il difficile percorso di emersione della violenza sessuale e il superamento di una cultura che limita la libertà delle donne attraverso una minaccia costante ai loro corpi e alle loro vite.” conclude la presidente.

Negli ultimi mesi, il tema del consenso e della sua espressione nell’ambito dei reati di violenza sessuale è stato oggetto di notizie, riflessioni e dibattiti accademici, sia in sede legislativa che sociale. Le richieste di adeguamento alle direttive internazionali, come quelle del GREVIO[1], hanno spinto il Parlamento e le istituzioni a valutare modifiche alla legge del 1996. Legge fortemente voluta dal movimento delle donne e femministi in oltre dieci anni di mediazioni, compromessi e valutazioni approfondite e che si regge su un delicato equilibrio tra tutela del diritto di autodeterminazione della sfera sessuale, rischio di vittimizzazione secondaria e tutela del diritto di difesa dell’accusato.

La proposta avanzata dalla presidente Bongiorno il 22 gennaio 2026 e approvata oggi con due voti di scarto (12 – 10) introduce preoccupanti cambiamenti, che ledono – ancora una volta – la dignità delle donne.

La parola consenso viene addirittura eliminata. Proprio la sua introduzione, richiesta per la corretta applicazione della Convenzione di Istanbul, era il motivo della proposta di modifica alla legge esistente. È evidente che l’obiettivo è cambiato e non basta certo aver inasprito le pene dopo averle inspiegabilmente abbassate.

La proposta presentata e votata è di gran lunga peggiorativa, non solo rispetto a quella approvata all’unanimità alla Camera che introduceva il consenso nell’art. 609 bis, ma è peggiorativa anche rispetto all’esistente” dichiara Elena Biaggioni, avvocata penalista Rete avvocate D.i.Re. “Infatti – continua Biaggioni – la Corte di Cassazione già interpreta la violenza sessuale alla luce delle disposizioni della Convenzione di Istanbul e in linea con la giurisprudenza della Corte Europea dei diritti umani. Nella nuova proposta si introduce la valutazione della situazione e del contesto – anziché quella del solo contesto, una doppia definizione ambigua: o non ha senso oppure mira ad allargare le possibilità di giustificazione della violenza” conclude l’avvocata.

È evidente l’esistenza di un serio problema nella volontà di interpretare la violenza contro le donne: con questa proposta è in atto il tentativo di convincere l’opinione pubblica che la violenza sessuale sia una questione di incomprensione, di non capire i segnali, ma è ormai risaputo che la violenza è esercizio di potere, una forma di oppressione e controllo, un modo per silenziare le donne.

Una legge che sposta l’attenzione sulla vittima anziché sull’autore della violenza e sull’azione violenta è un altro modo di ostacolare l’accesso delle donne alla giustizia.

[1] Nel rapporto del GREVIO sull’Italia pubblicato il 5.12.2025: 134. Per quanto riguarda i processi per violenza sessuale e stupro, il GREVIO rileva con soddisfazione che la Corte suprema di cassazione si è chiaramente allineata ai requisiti della Convenzione di Istanbul, applicando nelle sue decisioni una concezione di questo reato basata sul consenso. Il GREVIO deplora tuttavia che i tribunali di grado inferiore spesso non si conformino a tale interpretazione, richiedendo l’uso della forza o riflettendo stereotipi e pregiudizi non in linea con la convenzione. Sarebbe quindi di vitale importanza un emendamento legislativo che allinei il codice penale italiano al requisito della Convenzione di Istanbul di adottare una definizione basata sul consenso della violenza sessuale e dello stupro, accompagnato da una vasta campagna di sensibilizzazione dell’opinione pubblica e da un dibattito sulla natura del consenso.