“Il Protocollo Napoli è un passo avanti importante nel riconoscere la violenza domestica e la violenza assistita come fenomeno specifico, perché bisogna assolutamente evitare la trasformazione delle donne che hanno subito violenza in pazienti che devono essere curate secondo un approccio clinico generico, che non tiene conto degli effetti propri della violenza di genere”, afferma Luisanna Porcu, consigliera e referente del Gruppo psicologhe di D.i.Re – Donne in rete contro la violenza.

Il Protocollo Napoli precisa chiaramente che “gli psicologi non specificamente addestrati possono ignorare o minimizzare la violenza e attribuire inappropriate etichette di patologia alle risposte delle donne alla vittimizzazione cronica”.

“Sappiamo bene che i tribunali civili riducono tutto al conflitto e, non riconoscendo la violenza, pongono le due figure genitoriali sullo stesso piano neutralizzandone gli effetti e punendo la donna”, sottolinea Daniela Fevola, consigliera D.i.Re per la Campania, regione dove il Protocollo Napoli comincia a essere usato.

“Con il Protocollo Napoli CTU e CTP devono tenere conto della violenza domestica e della violenza assistita dai/lle minori nella valutazione della capacità genitoriale, e dunque rappresenta un utile strumento per i centri antiviolenza al fine di vedere riconosciuti i diritti delle donne sanciti anche dalla Convenzione di Istanbul”.

Giustamente, sottolinea Porcu, il Protocollo Napoli evidenzia “una necessità generale – che in caso di violenza domestica diviene centrale – e cioè che siano sempre separati l’intervento clinico-trasformativo e l’intervento forense-valutativo” perché “la finalità clinicotrasformativa nei fatti, evolve frequentemente in una prospettiva di mediazione che, in caso di violenza domestica, la Convenzione di Istanbul vieta esplicitamente”.

Le psicologhe dei centri antiviolenza D.i.Re non lavorano per una trasformazione del sé, bensì per una realizzazione del sé”, spiega Porcu, “e questo esclude, come fa la Convenzione di Istanbul, la possibilità di una mediazione che equipara donne che hanno subito violenza ai loro maltrattanti”.

“Occorre una formazione adeguata delle CTU e CTP e di tutte i/le professonisti/e che a vario titolo entrano in contatto con situazioni di violenza domestica e assistita, come ribadito continuamente da D.i.Re e sottolineato dal GREVIO nel suo Rapporto sull’applicazione della Convenzione di Istanbul in Italia”, aggiunge Porcu.

“La formazione è un elemento chiave del Protocollo Napoli, ma questa non può essere delegata unicamente a professionisti/e della formazione che non hanno radicamento reale nell’esperienza della fuoriuscita dalla violenza, come invece è il caso delle esperte che lavorano nei centri antiviolenza della rete D.i.Re, che hanno costruito negli anni un corpus di saperi ed esperienze fondamentale”.

“Il Protocollo Napoli andrebbe certamente diffuso”, ribadisce Fevola, “perché ha il merito di far emergere i diversi livelli di responsabilità in caso di violenza ed è uno strumento contro la vitimizzazione secondaria”.

L’esperienza e professionalità di D.i.Re sono un patrimonio imprescindibile per chi vuole attuare il Protocollo di Napoli, senza il quale potrebbe non essere davvero utile alle donne che subiscono violenza e ai/lle bambini/e che alla violenza assistono”, conclude Porcu. “Per questo D.i.Re definirà dei moduli di formazione specifici da proporre a tutte le università e scuole di specializzazione in psicologia, affinché l’esperienza acquisita dai centri antiviolenza in quasi 40 anni di attività diventi elemento centrale delle competenze necessarie per attuare il Protocollo Napoli”.

 

* L’immagine in home page è estratta dal libro Il tuffo di Lulù. Violenza assistita e come uscirne, realizzato per D.i.Re da Fabiana Iacolucci e Valentina Calvani grazie al contributo di Avène e disponibile anche come video.