Uno scorcio sull’esperienza della Scuola di politica

2018-02-08T17:21:37+00:00 27 ottobre 2015|Progetti di D.i.Re|

Marica Longo*

Le due giornate di Scuola di Politica, che si sono tenute a Catania il 26 e 27 settembre, testimoniano il fermento che si respira in questo specifico momento storico all’interno dei Centri Antiviolenza ove è forte il desiderio ed anche la necessità, ancor più l’urgenza, di confrontarsi e mettere in ascolto reciproco i nostri pensieri, le nostre parole, le nostre pratiche per rivisitarle, per rimetterle in circolo, per riattraversarle, scrutando gli esiti ed il senso presente di questi sedimenti di memoria storica, politica, culturale, metodologica.

Scuola di Politica, Catania di D.i.Re, 26-27 settembre 2015

La scelta di continuare a dare corpo e parole alla riflessione iniziata a Reggio Emilia, e a tracciarne un nesso di continuità, costituisce l’incipit che ha dato forma concreta a quei sedimenti di memoria che da tempo si agitavano dentro il Centro Antiviolenza Thamaia in modo indistinto.

Di essi se ne percepiva solo la ricaduta, quella imprecisa ed incerta ricerca di risposte alle nostre domande confuse, divenuta successivamente distinta esigenza di mettere in circolo le nostre riflessioni per poi finalmente dare corpo alle nostre narrazioni.

Partiamo da qui, partiamo da ciascuna di noi, operatrici, socie, volontarie di Thamaia, partiamo da ciò che ci accomuna nella narrazione tra donne, desiderose di metterci in circolo e riporre al centro l’Associazione impregnandoci e facendo risuonare il senso di quelle pratiche politiche da cui nasciamo, che abbiamo ereditato, tanto dentro quanto fuori le mura del Centro, noi generazioni più giovani rispetto a quelle più anziane, noi Centro più giovane rispetto a realtà storiche che hanno costituito i primi luoghi di accoglienza e di condivisione tra donne.

La ricerca di quelle tracce, la ricostruzione dei sedimenti, ha costituito il nostro personale atto rivoluzionario, personale e quindi politico, che ci ha permesso di rivisitare il senso delle nostre scelte, professionali e personali, l’inquietudine di quei compromessi che siamo quotidianamente chiamate a realizzare nel crinale tra la scelta di esserci come donne con altre donne e l’esigenza di riconoscimento nel cerchio più ampio del politico, dell’istituzionale, tra il desiderio di accompagnare le donne nella costruzione dei loro percorsi di libertà e l’ansia di dover far valere il proprio lavoro per guadagnare credibilità e quindi finanziamenti, innanzi al minaccioso incombere di servizi ed istituzionalizzazione delle pratiche, oggi come ieri.

Questo è quanto si è respirato durante le due giornate, dove l’intreccio indissolubile tra metodologia dei Centri e visione prospettica di uno sguardo rivolto alla complessità storico-politica-economica-culturale, alla riflessione su come oggi, così come ieri, la pratica femminista possa incidere su dinamiche macro-economiche e su come il movimento delle donne possa imprimere un cambiamento.

Su come la forza della pratica possa costituire punto di controtendenza, momento di contrapposizione rispetto all’incombente perversione, liquida, dirompente, esattamente come le logiche che la presuppongono, di questa nuova facies di capitalismo, cosiddetto “finanziario” che abbatte le barriere innanzi alla mercificazione sfrenata e le innalza innanzi alla richiesta di presenza e riconoscimento di corpi che migrano alla ricerca di un diritto universale di cittadinanza.

Punti di domanda sospesi su cerchi concentrici, sul micro e sul macro, piani altri accomunati dalla negazione delle soggettività, dall’appiattimento delle differenze, dall’esercizio del potere dell’istituzione che dietro l’orpello della professionalizzazione e della competenza tecnica finisce per imporre controllo su quanto è stato metodologicamente acquisito dai Centri per mano della pratica femminista.

Anche in questo esercizio di appropriazione irrompe il potere violento del dominio patriarcale che nel depredare e nel disconoscere voce e corpo alla pratica dei Centri, disconosce la soggettività politica collettiva che l’ha determinata.

Tanti spunti, tante considerazioni, tante condivisioni, nello spazio di sospensione della riflessione: dalla ricerca di nuovi significati, di nuove parole circolanti nei Centri Antiviolenza che possano dire le radici della violenza, di nuovi sensi che possano spiegare ancora oggi l’esercizio della pratica della relazione tra donne al Centro e di noi “donne al Centro con le donne”, all’esigenza-bisogno di tempo perché il tempo sfugge e non basta mai.

Tempo per l’esercizio di rinvenimento delle tracce, tempo per il bisogno-desiderio di riconoscersi e di essere riconosciute, fuori nel rapporto con l’istituzione, con i luoghi di potere e di decisione, ma anche dentro ai Centri, nella dialettica sofferta e conflittuale delle molteplici diversità generazionali, tra chi il femminismo l’ha concretamente respirato e ne conserva traccia viva e chi di quelle pratiche ha conosciuto il già dato, l’assodato, avendone percepito l’eco nella trasmissione di quelle memorie.

E quali parole dicono i significati di nuove forme di contrapposizione?

Quanto l’inclusione delle donne nel processo produttivo, l’essere se-dotte nella logica della valorizzazione e del loro moltiplicarsi in funzionalità “multitasking”, rivitalizza il dominio patriarcale assoggettandole a nuove forme di uguaglianza maschile e a nuovi modelli corporativi che finiscono per renderle estranee a sé stesse, realizzando ancora una volta “il desiderio di chi”?

E quanto contributo può offrire, in questo momento di precariato delle nuove generazioni, precariato che accomuna in egual misura, sovrapponendole, le generazioni di giovani donne e le generazioni di giovani uomini, declinando nell’immaginario simbolico nuove rappresentazioni di genere e nuovi scenari nel privato delle relazioni.

Altri punti di domanda dunque, nuove sospensioni su come la pratica femminista possa incidere oggi nella sfera pubblica del macro economico, del macro politico, del macro culturale.

Eredi di una metodologia e di una pratica, che è quella del non dare per naturalizzato ciò che è frutto di costruzione culturale, la soluzione che ci si prospetta è quella di restare vigili, attente, esplorando nuovi percorsi, nuovi scenari, per individuare nuovi sensi di soggettività e nuove pratiche di lotta.

 

Associazione Thamaia Onlus