Si riducono per le donne gli spazi di libertà

2018-02-08T17:18:17+00:0015 febbraio 2016|News|

Ne parliamo con la ginecologa Lisa Canitano

Gli attacchi alla libertà delle donne di scegliere se continuare o meno una gravidanza si stanno aggravando. Anche se il numero degli aborti in trent’anni è calato drasticamente – dal 2005 i dati ufficiali la considerano invariata dal momento che non ci sono stati aggiornamenti ufficiali –   la possibilità di accedere senza intoppi all’IVG  è sempre più un miraggio: il Ministero continua a ignorare il problema dell’abuso dell’obiezione di coscienza,  che impedisce in oltre un terzo degli ospedali italiani il buon funzionamento della legge, un’obiezione di “struttura” per cui  il nostro Paese è già stato condannato dalla  Corte europea dei diritti umani; anche per questo  si ricorre, sempre più spesso, a forme clandestine attraverso farmaci che possono indurre l’aborto (misoprostolo, mifepristone, o RU486), essendo il ricorso all’aborto farmacologico con la RU486 poco praticato negli ospedali italiani (nella percentuale minima di uno scarso  10%,  giustificato dai costi elevati di un inutile ricovero di tre giorni della donna).

 In questo quadro già complicato si inseriscono le ultime novità contenute  nel  decreto in materia di depenalizzazioni: mentre l’articolo 19 della legge 194/78 prevedeva  per la donna che abortisce in clandestinità solo una multa simbolica di centomila lire  (oggi 51 euro), oggi questa sanzione passa da un minimo di 5.000 a un massimo di 10.000 euro. Su questo chiediamo un commento a Lisa Canitano, ginecologa romana presso la  Asl Rm D e presidente di  “Vita di donna” , un’associazione che ha sede presso la Casa Internazionale delle Donne di Roma e  gestisce un portale www.vitadidonna.it  che fornisce gratis consulenze, assistenza telefonica e via mail per qualsiasi problema di salute.

Che orizzonte si profila in questo paese per la libertà e la salute delle donne?

Il futuro è altamente problematico per tutte le donne. Nella salute femminile, ma anche in generale, la dimensione istituzionale è fondamentale e i servizi sanitari dovrebbero offrire accoglienza, risposte e sostegno. Sempre più invece si afferma una dimensione privatistica per cui una donna viene indotta a pensare che sarà sufficiente avere un proprio ginecologo per vedersi garantita assistenza e diritti. Questa speranza si infrange contro la realtà quando poi invece abbiamo bisogno magari di un’interruzione della gravidanza e il nostro ginecologo è cattolico, di una contraccezione di lunga durata come lo iud e ci viene detto che è pericolosa. Oppure che non si può partorire naturalmente dopo un cesareo perché nel posto dove si vive non si fa. La mancanza di informazioni indipendenti condiziona la vita delle donne. E non si vedono segni di miglioramento. La stessa multa per l’eccesso di cesarei è un gesto inutile e pericoloso. Solo riformando il percorso nascita è possibile che si arrivi spontaneamente a riduzione del numero di tagli cesarei inutili. Fare pressione sulle sale parto significa esporre le donne, i bambini e i medici a dei rischi. E non lo dico, io lo dice Michel Odent, padre del parto naturale

La possibilità di abortire gratuitamente si sta riducendo soprattutto per le migranti. Cosa è successo in alcune regioni italiane?

In Italia i migranti clandestini vengono assistiti a carico del Ministero degli Interni con una legge del governo Dini che introdusse la definizione di “straniero temporaneamente presente”. I cittadini europei invece privi di tessera sanitaria del loro paese, e ci riferiamo sostanzialmente ai cittadini provenienti dalla Romania, caddero all’ingresso della Romania in Europa in un buco legislativo da cui li tirò fuori la ministra Turco con il decreto che istituì il codice ENI, ovvero europeo non iscritto. Tale documento consente ai cittadini europei senza team di usufruire di prestazioni per la maternità libera e consapevole, contraccezione, malattie infettive e prestazioni urgenti. Purtroppo ci sono delle regioni italiane come la Toscana, la Lombardia, e in parte l’Emilia Romagna, che non applicano il decreto Turco. In pratica questo vuol dire che noi abbiamo degli ospedali pubblici in questo paese che chiedono alle donne rumene senza contratto di lavoro o senza certificato di residenza (che non sarebbe nemmeno necessario) di pagare per abortire 1200 euro. Questo oltre a essere un’insopportabile mancanza di umanità è un vero e proprio incitamento all’aborto clandestino, oggi ulteriormente penalizzato dalle nuove procedure di sanzione appena introdotte dal Governo.