La solidarietà tra donne femministe

2018-02-08T17:18:22+00:0018 maggio 2015|News|

Antonella Veltri* intervista Lepa Mlađenović, attivista lesbica e femminista

Le donne dei Centri antiviolenza nel corso del primo incontro della Scuola Politica di D.i.Re hanno incontrato e conosciuto Lepa Mlađenović, attivista lesbica e femminista serba, considerata un punto di riferimento per chi si impegna nell’affermazione de i diritti umani, non solo nei Balcani. Le abbiamo rivolto qualche domanda.

Antonella Veltri (AV) – Hai partecipato al primo incontro della Scuola Politica di D.i.Re “Darsi parola” tenutosi a Reggio Emilia il 14 e il 15 Marzo, che impressione ne hai ricavato?
Lepa Mlađenović (LM): Ho avuto il grande privilegio femminista di essere, oserei dire, straniera tra la mia gente nella vostra Scuola invernale di Politica Femminista, così come noi a volte la chiamiamo. Anche in Serbia abbiamo una rete di donne di 14 organizzazioni di piccole dimensioni, che combattono la violenza, e quindi mi sentivo a casa tra di voi, tra le tante donne che con partecipazione lavorano in un ambito tanto trascurato dallo Stato e della società. In questi due giorni ho riconosciuto in tutte voi molta passione, conoscenza e saperi, nonché la volontà politica di impegnarsi per realizzare i nostri sogni di costruzione di un mondo senza violenza. Ho lasciato Reggio Emilia riempita dagli abbracci delle tante donne presenti e provenienti da ogni parte d’Italia, Emma, Anna, Marcella, Antonella, donne impegnate di Catania, di Bologna, di Bolzano, di Nuoro, di Cosenza… e mi piace ricordare una frase di Adrienne Rich: “Il futuro può essere vissuto solo da esseri umani che continuano a mantenersi caldi l’un l’altro…”

Lepa Mlađenović nel primo incontro della Scuola Politica di D.i.Re “Darsi parola”

AV – Nel tuo intervento hai parlato di politiche di solidarietà tra donne; che significa nel tuo Paese e come si esprime a fronte della forte crisi economica che stiamo vivendo tutte?
LM – Credo nella solidarietà. Penso che sia un principio che dobbiamo assumere come organizzazioni femministe, metterla come fondamento delle nostre attività, nei nostri programmi, nei nostri budget, e credo che debba fare parte delle responsabilità di ogni singolo cittadino. Per quanto mi riguarda, sono consapevole, solitamente, di aver incontrato sulla mia strada donne meno “potenti” di me. Nel mio quartiere incontro donne rom alle quali stringo la mano e credo che questo gesto sia un segno del potere della condivisione e della solidarietà. Durante la guerra, come organizzazione abbiamo spedito, per esempio, pacchi e lettere a donne sconosciute di Sarajevo assediata. Sento che c’è tanta solidarietà tra donne femministe, e continuo su questo percorso di condivisione basato sulla attenta e tenera cura fra donne. In guerra o in periodi di crisi economica le persone hanno bisogno di comprensione e solidarietà prima che di aiuto materiale. Coloro che vivono nella miseria hanno bisogno di sentire che non sono lasciati soli dall’umanità, devono ricevere messaggi di vicinanza e sentire che c’è qualcuno che si preoccupa per loro. Alcuni di noi sostengono che la guerra e la povertà sono una vergogna della nostra civiltà, e noi dobbiamo sostenerlo ad voce alta.

AV Parli di patriarcato. Pensi che negli ultimi anni ci siano stati progressi nel processo di superamento del patriarcato e quindi nel percorso di affermazione dei diritti e delle libertà delle donne?
LM  Sicuramente ci sono molte buone notizie. Recentemente mi trovavo in Bosnia-Erzegovina, dove dal 1991 al 1996 circa 100.000 persone sono state uccise, e lo strapotere militare e la corruzione continuano ad essere valori per la società – ma, in un workshop due giovani donne di 17 anni leader di una piccola città di montagna, si sono definite femministe! Oggi le donne di tutto il mondo – se possono permettersi un computer e avere internet – imparano l’inglese, imparano a essere più forti, e si definiscono femministe senza nemmeno essere in un gruppo femminista.
D’altra parte, la violenza contro le donne ha molte forme sottili e subdole che si trasmettono anche attraverso la rete dove giochi simulano violenza e stupri e gli omicidi diventano la principale fonte di eccitazione. E così che la rete, internet diffonde e induce violenza tra le nuove generazioni. C’è ancora tanto lavoro da fare ed è per questo che sogno spesso per i nostri centri antiviolenza il finanziamento dello Stato, direttamente; così che in ogni città le nostre organizzazioni femministe possano avere a disposizione grandi spazi, con quattro-cinque piani, così da costruire laboratori di alfabetizzazione emotiva, gruppi di auto-aiuto, autodifesa, ricerca … e ballare insieme per le strade in ogni ricorrenza, carnevale, Pride, 8 marzo e ogni fine settimana di sole.

AV – Infine, ti definisci femminista e attivista lesbica. Nel tuo Paese hai fatto molta fatica a riconoscerti, definirti e a vivere in libertà la tua scelta?
LM – Sì, sono un attivista lesbica femminista. E so che la società non ci piace, perché le lesbiche femministe analizzano e ribaltano il cuore del sistema patriarcale di dominio eterosessuale degli uomini sulle donne. Ma ho avuto la fortuna di essere una lesbica nel movimento femminista, così noi femministe trasformiamo le difficoltà e l’angoscia in linguaggio e in attività. Oggi si hanno maggiori conoscenze sulle lesbiche e si hanno a disposizione più spazi per le donne che si amano. Ma le lesbiche nei nostri paesi dell’Europa orientale, con cultura fortemente omofobica, hanno paura non solo di deludere i loro genitori, ma anche di subìre violenza fisica e sessuale dai nazionalisti omofobi. Uno di questi ragazzi qualche mese fa mi ha detto: “sporca lesbica” e ha sputato sul marciapiede vicino a me. E negli ultimi sei mesi alcune lesbiche e gay sono stati picchiati per strada nella città di Belgrado. Tuttavia io sto scoprendo nuovi ambiti di gioia nella mia vita lesbica femminista, e talvolta pensando alle mie compagne lesbiche ricordo le parole di Marina Cvetaeva che scriveva così ad una donna di cui era innamorata: “Se la luna sorridesse, ti somiglierebbe”.

*Centro antiviolenza Roberta Lanzino, Cosenza