I Centri antiviolenza in Puglia

2018-02-08T17:29:22+00:00 4 giugno 2015|News|

*Lia Caprera

La realtà dei Centri Antiviolenza in Puglia è composita, dinamica, frammentata e piena di difficoltà. Questa è la prima fotografia che si ricava dalle risposte al questionario che ho inviato ai diciotto Centri Antiviolenza presenti nella mappatura della Regione Puglia.
Il questionario chiedeva informazioni sui servizi offerti, sulla metodologia d’intervento e composizione dell’èquipe, sulla formazione delle operatrici e su quella promossa verso altri soggetti, sugli interventi di sensibilizzazione e contrasto della violenza di genere, sulle fonti di finanziamento, sui punti di forza e le criticità del progetto Centro Antiviolenza, sul numero di donne accolte nel 2014. Hanno risposto 7 associazioni e 3 cooperative sociali.

Titolari di tali Centri Antiviolenza, distribuiti nelle sei province pugliesi, risultano essere: 8 associazioni (di volontariato, Onlus, promozione sociale), 4 dei quali aderenti alla rete nazionale D.i.Re, 4 cooperative sociali, 6 tra Comuni, Provincia e ambiti territoriali; di questi ultimi 4 sono gestiti da cooperative sociali, 1 dalla Provincia, 1 da un’associazione di donne. Tra le 4 cooperative sociali, una è ente gestore di ben tre Centri Antiviolenza.
Complessivamente metà delle organizzazione che gestiscono i Centri antiviolenza sono costiuite di sole donne (8 associazioni e una cooperativa sociale).

I Centri antiviolenza in Puglia

  • 8 associazioni che gestiscono i Centri antiviolenza, di cui 4 di D.i.Re (Associazioni di donne)
  • 4 Cooperative sociali
  • 6 Centri comunali/provinciali/ambiti territoriali, di cui 4 gestite da Coop. Sociali, 1 provincia, 1 associazioni di donne
  • Totale: 18 Centri antiviolenza

I Centri Antiviolenza gestiti dalle associazioni di donne sono state le prime strutture di questo genere attivate in Puglia ed hanno un profilo comune che si può sintetizzare come segue:

      • Offrono, nonostante la prevalente gestione volontaristica e la scarsità/discontinuità dei finanziamenti pubblici, una significativa disponibilità di tempo e servizi all’accoglienza delle donne che vi si rivolgono, che va da un minimo di 6 ad un massimo di 30 ore settimanali; tre centri hanno una reperibilità h 24, altri dispongono di segreteria telefonica. Un centro gestisce il numero verde nazionale antitratta e il 1522; altri centri sono presenti nella mappatura del numero antiviolenza per il proprio territorio.
      • Adottano un approccio di genere, le definizioni e le indicazioni delle convenzioni internazionali nell’analisi del fenomeno della violenza maschile sulle donne. La metodologia d’intervento è modulata sulla visione di genere ed è basata sulla relazione d’aiuto donna/donna.
      • Il gruppo delle operatrici è generalmente composto da operatrice d’accoglienza, psicologa, avvocata, assistente sociale, educatrice. Le relazioni tra esse costituiscono il punto di forza che permette ai centri antiviolenza di far fronte alle difficoltà di funzionamento e all’assenza o alla discontinuità dei finanziamenti. L’attivismo delle operatrici va ben oltre le funzioni ricoperte nel centro antiviolenza; esse seguono una formazione permanente per rispondere ai bisogni rilevati nei percorsi delle donne accolte e per agire contestualmente sulle cause strutturali che generano la violenza maschile sulle donne.
      • I centri provvedono alla formazione delle operatrici e delle volontarie attraverso supervisione, incontri, seminari e formazione specifica. Inoltre, i centri realizzano progetti formativi indirizzati a persone che per motivi professionali o impegno sociale vengono a contatto con le problematiche della violenza di genere.
      • I campi di intervento dei Centri Antiviolenza sono la violenza maschile sulle donne, la violenza assistita ed in un caso anche la tratta per sfruttamento sessuale e lavorativo.
      • Nell’ambito del lavoro di accoglienza delle donne l’offerta dei servizi è significativamente ampia e comprende: ascolto telefonico, colloqui individuali, consulenza legale, consulenza psicologica, accompagnamento verso altri servizi/istituzioni, informazioni sul lavoro; in 5 centri vi sono state o vi sono esperienze di gruppo di condivisione.
        I contatti che i centri antiviolenza instaurano con servizi socio-sanitari, forze dell’ordine, tribunale, ecc. raramente si configurano come risultanza di un percorso di confronto, condivisione e formalizzazione nell’ottica del lavoro di rete; più spesso si tratta di contatti operativi che si presentano variabili a seconda delle persone di riferimento e delle specificità dei territori.
      • I Centri sono molti attivi sui territori attraverso iniziative finalizzate a sensibilizzare le giovani generazioni nelle scuole, nelle parrocchie, in strada e la cittadinanza in generale. Ecco un elenco di attività a titolo esemplificativo: nelle scuole incontri, festa sulla legalità, laboratori sulle emozioni, proiezioni di filmati, redazioni di articoli per giornali scolastici, progetti specifici; alla cittadinanza convegni, seminari, cineforum, performance teatrali, flash-mob, eventi in occasione della giornata internazionale della donna e della giornata mondiale contro la violenza alle donne, sostegno e assistenza a famiglia di vittima di femminicidio, pubblicazioni per documentare le proprie attività, momenti formativi rivolti ad altri/e operatori/operatrici, volontari/e di altre associazioni, ecc..
        Queste attività a volte sono condotte in collaborazione con Università o scuole; a volte sono finanziate nell’ambito dei Piani di Intervento Locali delle Province; nella maggioranza dei casi sono autofinanziate. Esse evidenziano il ruolo storico e pionieristico dei centri antiviolenza nella conoscenza, sensibilizzazione, denuncia e nella chiamata alla responsabilizzazione di società ed istituzioni rispetto alla violenza maschile alle donne ed indica l’esistenza di un forte radicamento dei centri antiviolenza nelle comunità territoriali.
      • Le fonti di finanziamento pubblico sono di difficile accesso, scarse e discontinue. Rileviamo a livello di istituzioni locali: contributi di assessorato alle politiche sociali, convenzioni con la Provincia, partecipazione alla gestione di un centro antiviolenza in associazione temporanea d’impresa con cooperative sociali, finanziamento per progetti sulla tratta delle donne e casa rifugio, il 5×1000. Le fonti di finanziamento privato sono le quote associative e le attività di autofinanziamento.
      • I punti di forza dei centri antiviolenza sono: il successo dei percorsi di superamento della violenza da parte delle donne, un’opportunità sempre disponibile per riprovarci; la determinazione a lottare contro la violenza di genere attraverso un’azione politica ampia e continua, una alta e costante formazione delle operatrici.
      • Le criticità maggiormente evidenziati dai centri antiviolenza sono: lo scarso o totale interesse delle istituzioni locali ad interloquire politicamente con le associazioni delle donne, soprattutto se libere da sponsor partitici; la mancanza o la discontinuità di finanziamenti (o altre facilitazioni a sostegno delle attività) che genera precarietà ed interruzione nel funzionamento dei centri antiviolenza, dispersione di professionalità e rapido turnover delle operatrici alla ricerca di un posto di lavoro più sicuro e remunerativo; l’esclusione delle associazioni dai bandi pubblici rivolti a cooperative ed imprese; l’assenza di una rete realmente funzionante, la lentezza burocratica e decisionale di altre istituzioni che influiscono negativamente sul percorso risolutivo della donna; la lotta con i pregiudizi culturali degli operatori del settore; la mancanza di case rifugio. I punti di forza e le criticità sono gli stessi anche per le cooperative sociali.

In conclusione, noi associazioni di donne che gestiamo i centri antiviolenza, già aderenti alla associazione regionale “Donne di Puglia” sosteniamo la ripresa delle attività della stessa per sviluppare un dibattito politico interno e per rafforzare potenzialità e forza di interlocuzione con la Regione Puglia allo scopo di superare le numerose criticità presenti, facendo leva anche sugli spazi aperti dalla legge regionale 29/2014 sulla violenza di genere.

*Associazione Io Donna, Brindisi