L’ennesima, ordinaria storia di banalizzazione della violenza.
Nel caso della ragazza di 13 anni che ha denunciato la violenza sessuale subita, ritroviamo lo stesso approccio quando leggiamo la sentenza di assoluzione degli schermidori, o davanti al femminicidio di una donna che aveva denunciato tre volte e, dopo un tentativo di strangolamento, aveva visto l’uomo oggetto di un ammonimento del questore. Sull controllo da parte del ministero, chiediamo: a che cosa serve, senza che ancora oggi si sappia come verrà implementata la fondamentale formazione obbligatoria per i magistrati? Non possiamo davvero più accettare che la vita delle donne sia in mano a persone che non conoscono – e non riconoscono – la violenza maschile.
Nuovamente, ci troviamo a commentare un comportamento che manifesta una inequivocabile propensione ad agire forme di aggressione nei confronti delle donne e delle ragazze, che affonda le proprie radici in una cultura patriarcale nella quale il corpo femminile può essere percepito come disponibile e il consenso viene ignorato o svalutato.
“Esprimiamo profonda preoccupazione per il caso di violenza sessuale ai danni di una ragazza di 13 anni e, in particolare, per le motivazioni riportate nel provvedimento con cui non è stata confermata la misura del fermo nei confronti dell’uomo” dichiara Cristina Carelli, presidente D.i.Re – Donne in Rete contro la violenza. “Particolarmente allarmante” continua Carelli “è attribuire alle scuse dell’uomo un significato che possa concorrere a ridimensionare la valutazione dell’accaduto. La richiesta di scuse, se utilizzata per rappresentare l’episodio come un comportamento del quale sarebbe sufficiente riconoscere a posteriori l’inopportunità, rischia di testimoniare proprio la superficialità con cui la violenza viene agita, normalizzata e minimizzata”. “La violenza sessuale è una violazione della libertà, dell’integrità e dell’autodeterminazione di un’altra persona. E quando la persona coinvolta ha 13 anni, questa responsabilità appare ancora più evidente. Una narrazione concentrata sulla collaborazione, sul ravvedimento o sulle scuse dell’uomo rischia di produrre un ulteriore effetto: rendere marginale la persona che ha subito la violenza e la sua sofferenza” conclude la presidente.
Nella rappresentazione e nella narrazione della violenza, dov’è la ragazza di 13 anni? Quale spazio viene dato all’impatto che quanto accaduto può avere sulla sua vita, alla sua dignità e al suo diritto di essere riconosciuta come persona e non come oggetto dell’azione altrui? La minimizzazione della violenza produce deumanizzazione: chi la subisce scompare, mentre lo sguardo pubblico si sposta sulle intenzioni, sulle spiegazioni e sul comportamento successivo di chi l’ha agita. Il patriarcato opera anche attraverso la normalizzazione: rende apparentemente meno grave ciò che è gravissimo, trasforma la violenza in un incidente e restituisce centralità all’autore anziché alla persona che l’ha subita. Contrastare la violenza significa anche riconoscere questi meccanismi e chiamarli con il loro nome.