Aborto: legale non significa accessibile

In occasione della Giornata internazionale per l’aborto sicuro, la ONG EuroMed Rights invita i governi di tutta la regione euromediterranea a proteggere, rispettare e garantire i diritti sessuali e riproduttivi delle donne e di tutte le persone che necessitano di assistenza all’aborto, oltre a garantire un accesso effettivo a servizi di aborto sicuri, legali, tempestivi e riservati.

D.i.Re – Donne in Rete contro la violenza – anche nella sua veste di partner di EuroMed Rights – aderisce all’appello e sostiene il tema a cui è dedicata la Giornata internazionale di quest’anno: Solidarietà in azione: promuovere la giustizia riproduttiva e rafforzare con urgenza i sistemi sanitari per un’assistenza completa in materia di aborto.

Secondo EuroMed Rights, “il riconoscimento giuridico da solo non garantisce l’accesso. Un diritto ha senso solo quando può essere esercitato nella pratica, e troppo spesso l’accesso non è determinato dalla sola legge, ma dal luogo in cui una persona vive, dal suo reddito, dal suo status migratorio, dalla sua identità di genere, dalla sua disabilità e dal fatto che il suo sistema sanitario è in grado di fornire assistenza. Queste barriere raramente agiscono in modo isolato: si sommano per le persone che subiscono più di una forma di discriminazione, tra cui le persone trans e non binarie, i migranti e i rifugiati, le persone con disabilità e quelle che vivono in condizioni di povertà”.

“In Italia, il diritto all’aborto è garantito solo sulla carta” afferma Cristina Carelli, presidente D.i.Re – Donne in Rete contro la violenza. “Esistono territori in cui è impossibile accedere all’interruzione di gravidanza a causa della presenza del 100% di obiettori di coscienza tra i ginecologi, rendendo in questo modo inapplicabile una legge dello Stato che dovrebbe garantire un diritto a tutte le donne” continua Carelli. “Crediamo sia fondamentale rispettare la libera scelta di ogni donna e per questo sosteniamo convintamente l’appello di EuroMed Rights” conclude la presidente.

Per Silvia Menecali – sociologa e attivista rete D.i.Re – è anche importante parlate di organizzazioni antiabortiste: “I movimenti anti-scelta non operano soltanto attraverso campagne contro l’aborto. Sono reti organizzate, spesso transnazionali, che lavorano sul piano culturale, politico e istituzionale per modificare politiche pubbliche, condizionare il dibattito e restringere concretamente l’accesso ai diritti sessuali e riproduttivi. In Italia, la loro progressiva legittimazione nelle istituzioni e nei servizi pubblici amplifica barriere già esistenti”.

Questo 28 settembre, EuroMed Rights si schiera al fianco di tutte le donne che necessitano di assistenza all’aborto e di tutte e tutti coloro che si battono per difendere l’autodeterminazione riproduttiva, e invita i responsabili politici in tutta l’area euromediterranea a:

  • Depenalizzare completamente l’aborto sia per le pazienti che per gli operatori sanitari, eliminando tutte le sanzioni penali e i quadri giuridici punitivi.
  • Abolire i limiti gestazionali arbitrari, i requisiti di consenso di terzi (coniugale o giudiziario) e i periodi di attesa obbligatori.
  • Regolamentino l’obiezione di coscienza in modo che il rifiuto individuale di un operatore sanitario non possa mai essere utilizzato come ostacolo sistematico, rendendo obbligatori percorsi di riferimento immediati e non negoziabili e garantendo che le strutture pubbliche dispongano sempre di personale completo.
  • Integrino l’assistenza completa all’aborto nei bilanci nazionali della sanità pubblica, garantendo una copertura gratuita o pienamente accessibile, specialmente nelle regioni rurali, emarginate o con scarse risorse.
  • Adottare politiche di tutela per proteggere gli operatori sanitari, gli attivisti e le organizzazioni della società civile dalle vessazioni da parte dello Stato, dalla criminalizzazione e dalle reti transnazionali contrarie all’uguaglianza di genere.
  • Finanziare campagne pubbliche e basate su dati scientifici per smantellare lo stigma sull’aborto e contrastare la disinformazione coordinata con standard di assistenza accurati.

Oltre all’Italia, questa ricognizione coinvolge: Francia, Tunisia, Marocco, Algeria, Danimarca, Cipro, Palestina, West bank, Irlanda e Palestinesi d’Israele.

 

L’aborto in Italia

L’aborto è disciplinato dalla Legge n. 194 del 1978 ed è consentito nei primi 90 giorni in circostanze specifiche, tra cui i rischi per la salute fisica o mentale, mentre l’obiezione di coscienza è legalmente consentita per gli operatori sanitari (OMS, 2025). Durante i primi 90 giorni, una donna può ricorrere all’aborto per motivi di salute, economici, sociali o familiari; dopo i 90 giorni, l’aborto è consentito quando la gravidanza o il parto rappresentano una grave minaccia per la sua vita, oppure quando condizioni patologiche, tra cui anomalie o malformazioni fetali significative, comportano un grave rischio per la sua salute fisica o mentale.

L’aborto può essere chirurgico o farmacologico. L’aborto farmacologico con mifepristone e prostaglandine è consentito fino a 63 giorni, ovvero 9 settimane complete di gravidanza; dal 2020 non è più richiesto il ricovero ospedaliero e può essere effettuato anche in ambulatori diurni, strutture ambulatoriali pubbliche autorizzate e centri di pianificazione familiare, sebbene l’effettiva attuazione di queste opzioni vari notevolmente da una regione all’altra.

L’accesso è ostacolato da tassi molto elevati di obiezione di coscienza tra i ginecologi. Gli ultimi dati ufficiali nazionali, pubblicati nel 2026 ma relativi al 2023, registrano il 57,1% dei ginecologi come obiettori di coscienza, con differenze territoriali molto significative: il tasso sale al 71,8% nel Sud Italia e al 69,6% nelle Isole, raggiungendo il 91,7% in alcune Regioni. Inoltre, il 10,6% dei ginecologi formalmente non obiettori che lavorano in strutture che praticano l’interruzione di gravidanza non ha effettuato alcun intervento di questo tipo.

Le medie regionali non riflettono le differenze tra le singole strutture, dove il monitoraggio ha rilevato ospedali in cui il 100% dei ginecologi è registrato come obiettore di coscienza e non sono disponibili servizi di interruzione di gravidanza. Ciò crea significative disuguaglianze territoriali e può costringere le donne a spostarsi per poter accedere all’interruzione di gravidanza.
La presenza di organizzazioni antiabortiste nei consultori è resa possibile non solo dalla disposizione introdotta nel 2024, ma anche dall’articolo 2 della Legge 194/1978, che consente la collaborazione con soggetti esterni. In assenza di criteri chiari, questo spazio può essere utilizzato per attività di dissuasione dall’IVG.  Uno studio sottoposto a revisione tra pari del 2026 descrive questa dinamica come parte di una «architettura di allontanamento», in cui l’integrazione di attori antiabortisti nei servizi pubblici può rafforzare pratiche volte a scoraggiare l’aborto e ostacolare l’accesso effettivo all’assistenza all’aborto.

Le raccomandazioni di EuroMed Rights

  • Rafforzare il controllo sull’attuazione della Legge 194 da parte delle Regioni, che sono tenute a monitorare e garantire che le strutture sanitarie assicurino effettivamente l’accesso all’interruzione di gravidanza, anche attraverso la mobilità del personale. Il monitoraggio dovrebbe valutare l’accessibilità a livello delle singole strutture, anziché basarsi esclusivamente sulle medie regionali, al fine di evitare situazioni in cui le donne siano costrette a spostarsi per accedere all’interruzione di gravidanza.
  • Abrogare la disposizione introdotta nel 2024 e modificare l’articolo 2 della Legge 194/1978, prevedendo criteri che escludano dai consultori attività di pressione o dissuasione dall’interruzione volontaria di gravidanza.
  • Garantire un accesso uniforme a livello nazionale all’aborto farmacologico senza ricovero ospedaliero, compresa l’autosomministrazione domiciliare del misoprostolo, e sviluppare percorsi di telemedicina. Sebbene le linee guida nazionali consentano l’aborto farmacologico al di fuori delle strutture ospedaliere, l’accesso rimane fortemente dipendente dalle decisioni prese da un numero limitato di Regioni.

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