Varese. Cinico e crudele scaricare la colpa addosso alla madre. La magistratura usi questa occasione per correggere le falle nelle procedure

“Una frase cinica e spietata, un tentativo di scaricabarile ignobile quello messo in atto dal Gip del Tribunale di Varese, per addossare a Silvia Gaggini, madre del piccolo Daniele, ucciso dal padre Davide Paitoni, la responsabilità della sua morte, vittimizzazione secondaria tanto più violenta, perché agita su una donna che è stata accoltellata dall’ex marito e ha appena perso suo figlio in questo modo”.

Così Antonella Veltri, presidente di D.i.Re commenta quanto scrive il magistrato, quando sottolinea che “è la madre che porta il figlio al padre”, un fatto ritenuto “del tutto incompatibile con qualsiasi allarme che un precedente atteggiamento del padre avrebbe potuto destare nella donna”, e quindi evidentemente sufficiente per ritenere che un bambino di 7 anni possa tranquillamente essere affidato a un uomo che ha appena accoltellato alle spalle un suo collega ed è agli arresti domiciliari per tentato omicidio, e che gli “altri procedimenti per reati anche connotati da violenza come maltrattamenti e lesioni”, denunciati dalla donna e dal nonno materno del piccolo, siano “carichi pendenti che potrebbero risolversi favorevolmente per l’indagato”.

“Emerge con tutta evidenza il pregiudizio nei confronti della donna, ritenuta evidentemente non credibile, la solita donna che esagera le accuse all’ex partner in fase di separazione per qualche oscuro motivo o interesse, con la presunzione di ritenere, prima ancora di un processo, che tali accuse saranno smontate in fase di dibattimento”, afferma Veltri.

“Ma spetta alla magistratura fare una valutazione del rischio, che in presenza di minori deve essere quanto più rigorosa possibile”, ribadisce la presidente di D.i.Re.

“Sbagliato anche, da parte degli avvocati, mettere in atto una trattativa, che finisce per essere una forma di mediazione, vietata dalla Convenzione di Istanbul in presenza di violenza e maltrattamenti. Indirizzati a questo comportamento proprio dalla cultura che invita sempre a trovare un punto di incontro, impossibile con un uomo violento”, ribadisce Veltri, “in nome di una bigenitorialità diventata un dogma da quando è entrata in vigore la legge 54/2006, che maschera la riaffermazione di un concetto patriarcale di famiglia”.

“Se nella formazione dei magistrati venissero coinvolte le esperte dei centri antiviolenza, saprebbero che la paura più grande delle donne che si rivolgono ai centri antiviolenza, è che vengano tolti loro i figli, una cosa che succede continuamente nei tribunali civili e per i minorenni di tutta Italia, come emerso chiaramente dall’indagine condotta da D.i.Re lo scorso anno”, spiega Veltri.

“È per questo che fin troppo spesso sopportano la violenza per anni e anni e consentono agli incontri dei maltrattanti con i figli: perché dietro l’angolo vedono sempre l’accusa di essere madri alienanti se non consentono ai padri di continuare comunque a vedere i figli”, continua Veltri.

“Per questo, come rete D.i.Re, abbiamo chiesto e torniamo a chiedere un incontro con la ministra della Giustizia Marta Cartabia: non ha senso continuare a proporre nuove misure legislative, occorre un confronto su quanto è possibile fare già oggi, con un coinvolgimento più attivo e tempestivo dei centri antiviolenza”, conclude la presidente di D.i.Re. “La magistratura usi questa occasione per correggere le falle nelle procedure”.

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