Il percorso delle donne che denunciano la violenza subita è irto di ostacoli

23 giugno 2017

Il Prefetto Gabrielli nel commentare il femminicidio dell’oncologa Ester Pasqualoni, uccisa dal suo stalker, dichiara: “Non possiamo incarcerare tutti gli stalker”. Si tratta di una impressionante ammissione di impotenza di fronte a un fenomeno grave.

Noi rispondiamo al Prefetto Gabrielli che il percorso delle donne che denunciano la violenza subìta è irto di ostacoli. Lo strumento della denuncia attualmente a disposizione della donna che subisce qualsiasi forma di violenza è svuotato del suo significato di rimedio per la tutela dei propri diritti. E questo accade perché di fatto tali diritti non sono salvaguardati in tempo né con la dovuta diligenza da parte delle autorità competenti anzi: la violenza maschile contro le donne, in tutte le sue molteplici forme, non è riconosciuta ed è sistematicamente sottovalutata.

La violenza maschile contro le donne è una questione sociale, culturale, sistemica e strutturale che nasce e si nutre sulla disparità di potere tra i sessi. Per questo, l’Associazione nazionale D.i.Re – Donne in Rete contro la violenza – ribadisce che per contrastare e prevenire la violenza contro le donne non servono inasprimenti di pene o provvedimenti di urgenza. Occorre invece superare gli approcci tecnici standardizzati, burocratici, aprioristici a favore di un metodo che parta dal dare credito al racconto della donna e alla fiducia costruita nella relazione con le operatrici dei Centri Antiviolenza.

E’ quindi indispensabile riconoscere e i luoghi di donne come i Centri Antiviolenza perché sono i soggetti centrali e fondamentali nell’accoglienza delle donne che subiscono violenza ma anche spazi in cui si costruiscono saperi, progettualità, competenze, in cui si sperimentano relazioni virtuose, azioni di prevenzione e formazione attraverso interventi locali e territoriali mirati. Occorre riconoscere e potenziare il ruolo dei Centri Antiviolenza e delle Case Rifugio, la loro specificità e competenza nel rispetto delle caratteristiche indicate dalla Convenzione di Istanbul.
E occorre distinguerli da altri soggetti del privato, dai meri fornitori di servizi che non operano secondo un’ottica di genere. Ci auguriamo quindi che il prossimo Piano Nazionale contro la violenza vada in questa direzione.

Finché non ci sarà formazione adeguata di carabinieri, polizia, magistratura, finché tutte le politiche governative resteranno vuoti proclami e principi astratti invece che provvedimenti concreti, le donne continueranno a essere perseguitate, picchiate e uccise nell’assuefazione crescente dell’opinione pubblica e nell’inerzia delle istituzioni.

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